Scoperto un gene che decide se il fegato accumula zuccheri o grassi

Una nuova ricerca pubblicata su Science Advances ha identificato un gene che influenza il modo in cui il fegato immagazzina l’energia, con importanti implicazioni per patologie come il diabete di tipo 2 e la steatosi epatica.
Il gene che regola energia e salute metabolica
Il protagonista di questo studio è il gene PPP1R3B, che agisce come un interruttore molecolare per decidere se l’energia nel fegato viene conservata sotto forma di glicogeno, ovvero zuccheri pronti all’uso, oppure come trigliceridi, ovvero riserve di grasso. Quando il gene è più attivo, il fegato tende a conservare energia come glicogeno. Al contrario, una sua minore attività favorisce l’accumulo di grassi.
Implicazioni per diabete e malattie del fegato
Secondo Kate Townsend Creasy, autrice principale dello studio e docente di Nutrizione alla Penn Nursing, questo meccanismo può spiegare perché alcune mutazioni nel PPP1R3B siano legate al rischio di sviluppare malattie metaboliche. Studi genetici precedenti avevano già individuato un’associazione tra mutazioni di questo gene e condizioni come diabete di tipo 2 e fegato grasso, ma ora si inizia a capire il “come”.
Un nuovo approccio alla nutrizione personalizzata
Manipolazioni genetiche eseguite su topi e cellule hanno mostrato che alterazioni dell’attività di PPP1R3B modificano anche il modo in cui viene utilizzato glucosio o grasso come carburante. Creasy spiega che questa scoperta potrebbe essere un punto di partenza per interventi di nutrizione personalizzata, adattati al profilo genetico delle persone, migliorando la gestione di malattie croniche attraverso diete su misura.
Lo studio ha coinvolto anche ricercatori della Perelman School of Medicine, esperti in genetica, fisiologia e metabolismo. Il lavoro è stato sostenuto dai National Institutes of Health, sottolineando l’importanza della ricerca interdisciplinare per comprendere il funzionamento del nostro organismo e sviluppare strategie di prevenzione e cura più efficaci.
Fonte: notiziescientifiche.it
























