Fegato grasso e cuore: il rischio cardiovascolare aumenta del 69%

La steatosi epatica, comunemente nota come fegato grasso, si conferma un importante fattore di rischio cardiovascolare. Un'analisi dello studio PROMISE, pubblicata su Clinical Gastroenterology and Hepatology, evidenzia che i pazienti con steatosi epatica presentano un rischio del 69% più elevato di eventi cardiovascolari maggiori rispetto a chi non ne soffre. Parte di questo rischio è spiegata da una maggiore presenza di placche coronariche non calcificate, considerate particolarmente instabili e predisposte alla rottura, ma i dati suggeriscono che il legame tra fegato e cuore sia ancora più complesso.
Il legame tra steatosi epatica e malattie cardiovascolari
La steatosi epatica è stata più volte associata a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari maggiori, indipendentemente dai fattori di rischio tradizionali e dalla gravità della malattia coronarica. Tuttavia, fino a oggi il ruolo della composizione delle placche aterosclerotiche in questa relazione non era stato completamente chiarito.
Per approfondire il tema, i ricercatori hanno analizzato i dati dello studio multicentrico PROMISE (Prospective Multicenter Imaging Study for Evaluation of Chest Pain), concentrandosi sui 3.637 partecipanti assegnati al braccio di imaging mediante tomografia computerizzata coronarica (CCTA). L'età media era di 60,6 anni e il 51,4% dei partecipanti era rappresentato da donne. La steatosi epatica è stata identificata mediante TC senza contrasto utilizzando i tradizionali parametri di attenuazione epatica e splenica, mentre l'angiografia coronarica TC è stata impiegata per quantificare volume e composizione delle placche coronariche.
Complessivamente, il 25,5% dei pazienti presentava steatosi epatica. Questi soggetti erano mediamente più giovani, più frequentemente uomini e mostravano una maggiore prevalenza di fattori di rischio cardiovascolare, inclusi livelli più elevati di trigliceridi e marcatori infiammatori. Durante un follow-up mediano di 25 mesi, hanno registrato una maggiore incidenza di eventi cardiovascolari maggiori – morte cardiovascolare, infarto miocardico o ricovero per angina instabile – rispetto ai soggetti senza steatosi (4,1% contro 2,5%).
Il ruolo delle placche coronariche vulnerabili
L'aspetto più innovativo dello studio riguarda il legame tra steatosi epatica e caratteristiche delle placche coronariche. Pur in presenza di differenze relativamente modeste nella severità complessiva della malattia coronarica e nel grado di stenosi, i pazienti con fegato grasso presentavano una quantità significativamente maggiore di placca non calcificata, una delle forme più instabili di aterosclerosi.
Dopo l'aggiustamento per i principali fattori di rischio clinici, la steatosi epatica è risultata associata a un aumento significativo del burden di placca non calcificata (β=0,15; IC 95% 0,04-0,27; p=0,008). In termini pratici, i pazienti con fegato grasso mostravano circa il 24% in più di volume di placca non calcificata rispetto ai soggetti senza la patologia.
Le placche non calcificate sono ricche di lipidi e particolarmente suscettibili alla rottura. Quando ciò avviene, possono formarsi trombi che ostruiscono improvvisamente il flusso sanguigno coronarico, causando infarto miocardico o altre sindromi coronariche acute. Per questo motivo vengono considerate un importante indicatore di vulnerabilità cardiovascolare.
Secondo Jan M. Brendel, primo autore dello studio e ricercatore presso il Cardiovascular Imaging Research Center del Massachusetts General Hospital, «nel paziente con steatosi epatica il rischio cardiovascolare non dipende soltanto dalla quantità di placca presente, ma anche dalla sua composizione». Le analisi di mediazione hanno mostrato che il burden di placca non calcificata spiegava circa l'11% dell'associazione tra steatosi epatica ed eventi cardiovascolari maggiori, suggerendo che la composizione della placca rappresenti un meccanismo chiave, ma non l'unico, attraverso cui il fegato grasso aumenta il rischio cardiovascolare.
Oltre i fattori di rischio tradizionali: il possibile asse fegato-coronarie
Uno dei risultati più rilevanti dello studio è che l'associazione tra steatosi epatica e placche coronariche vulnerabili è rimasta significativa anche dopo aver corretto i dati per punteggio di rischio cardiovascolare aterosclerotico (ASCVD), obesità e altre variabili cliniche. Questo suggerisce un collegamento diretto tra la malattia epatica metabolica e specifici fenotipi aterosclerotici ad alto rischio.
Gli autori sottolineano che la steatosi epatica è caratterizzata da una profonda disfunzione metabolica sistemica, che comprende insulino-resistenza, dislipidemia, stress ossidativo e infiammazione cronica di basso grado. Questi processi favoriscono la formazione di lipoproteine aterogene ricche di trigliceridi, alterano la funzione endoteliale e promuovono l'attivazione dei macrofagi nella parete arteriosa, accelerando lo sviluppo di placche lipidiche vulnerabili.
I risultati rafforzano quindi l'ipotesi dell'esistenza di un vero e proprio "asse fegato-coronarie", attraverso il quale la steatosi epatica contribuisce alla progressione dell'aterosclerosi coronarica instabile. Sebbene la composizione della placca spieghi solo una parte dell'aumento del rischio osservato, lo studio offre una plausibile spiegazione biologica del collegamento tra fegato grasso ed eventi cardiovascolari.
Una nuova opportunità per la prevenzione cardiovascolare
I ricercatori evidenziano che le caratteristiche della placca non calcificata rappresentano un fattore di rischio potenzialmente modificabile. Per questo motivo, il monitoraggio della composizione delle placche coronariche mediante imaging avanzato potrebbe diventare uno strumento utile per identificare precocemente i pazienti più vulnerabili.
Le future ricerche dovranno verificare se interventi mirati sul metabolismo – perdita di peso, modifiche dietetiche, attività fisica, riduzione del consumo di alcol, terapie ipolipemizzanti, agonisti del recettore GLP-1 e nuove terapie metaboliche – siano in grado non solo di migliorare la salute del fegato, ma anche di ridurre la quantità di placca non calcificata e il rischio di eventi cardiovascolari.
Gli autori suggeriscono inoltre che l'integrazione di parametri come l'adiposità viscerale e altre misure di composizione corporea potrebbe aiutare a comprendere meglio l'eterogeneità del rischio cardiometabolico nei pazienti con steatosi epatica.
Un unico problema cardiometabolico
I risultati dello studio rafforzano l'idea che la steatosi epatica non sia soltanto una malattia del fegato, ma un importante indicatore di vulnerabilità cardiovascolare. Nei pazienti con fegato grasso è stata osservata una maggiore presenza di placche coronariche non calcificate e un incremento del 69% del rischio di eventi cardiovascolari maggiori, indipendentemente dai tradizionali fattori di rischio. La quota di rischio attribuibile alla composizione della placca suggerisce che intervenire precocemente sui meccanismi cardiometabolici alla base della steatosi potrebbe rappresentare una strategia efficace per prevenire infarti e altre complicanze cardiovascolari. In quest'ottica, fegato e arterie devono essere considerati parte dello stesso percorso patologico e gestiti attraverso una valutazione integrata del rischio cardiometabolico.
Fonte: pharmastar.it
























