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Epatite Delta, una infezione rara del fegato che colpisce circa 20 milioni di persone nel mondo. Il progresso delle terapie

di Valentina Meschia, con la consulenza scientifica di Pietro Lampertico, Direttore Gastroenterologia ed Epatologia

L’epatite Delta è stata scoperta alla fine degli anni ‘70 dal Prof Mario Rizzetto di Torino. È una malattia rara, orfana, che colpisce circa 20 milioni di soggetti nel mondo e qualche migliaio in Italia. L’interesse verso questa malattia è ultimamente molto aumentato per la recentissima approvazione da parte di EMA (European Medicines Agency) di un nuovo farmaco antivirale, il primo approvato specificamente per la terapia dell’epatite Delta.

Per saperne di più su questa infezione, abbiamo incontrato il Prof. Pietro Lampertico, Direttore del’unità di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico di Milano.

Cos’è l’epatite delta e come si diagnostica?

L’infezione da virus dell’epatite delta (HDV) è una infezione sostenuta da un piccolo virus a RNA difettivo che come involucro esterno utilizza l’HBsAg, cioè l’antigene di superficie del virus HBV. Per questo motivo, i soggetti HDV positivi sono anche HBV positivi; i pazienti con HDV hanno quindi una doppia infezione. 

Dal punto di vista clinico è la forma più aggressiva e pericolosa tra tutte le epatiti croniche virali. Infatti la maggior parte di pazienti sviluppa rapidamente una malattia avanzata di fegato, cirrosi e tumore. La diagnosi si basa sulla ricerca degli anticorpi contro l’HDV (anti-HDV) e nel caso di positività sulla ricerca del materiale genetico circolante, l’HDV-RNA.

Quali sono le terapie attualmente disponibili per il trattamento dell’epatite delta?

Per molti anni, l’unica terapia per l’epatite Delta è stata la somministrazione di un ciclo di 48 settimane di interferone (IFN) peghilato alfa. Tuttavia questa strategia può essere utilizzata solo in alcuni pazienti. Nel 2020, EMA ha approvato bulevertide (BLV), un farmaco che inibisce l’entrata di HDV nelle cellule del fegato, riducendo l'insorgenza di necrosi epatica e dei livelli di HDV-RNA nel sangue. Inoltre, se combinata con IFN, BLV ha dimostrato un effetto sinergistico sulla inibizione della replicazione antivirale.

Nel nostro Centro abbiamo trattato alcuni pazienti per 3 anni con eccellenti risultati virologici, biochimici e clinici.

Quali consigli darebbe a un paziente con infezione da HDV?

Per la disponibilità di questa nuova terapia efficace e sicura, consiglio ai pazienti con malattia da HDV di recarsi nei propri Centri epatologici di riferimento per valutare la possibilità di iniziare questo trattamento antivirale salvavita. Al Policlinico di Milano è presente il Centro di riferimento Migliavacca, principale centro epatologico italiano per la diagnosi e lo studio delle malattie del fegato e delle vie biliari.

Fonte: policlinico.mi.it

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