Epatite Delta, nuove terapie all'orizzonte e diagnosi più accessibili: la svolta nella cura dell'HDV

L'epatite cronica Delta è una malattia rara, ma rappresenta la forma più aggressiva di epatite virale cronica. Può colpire persone relativamente giovani e progredire rapidamente verso cirrosi, scompenso epatico, carcinoma epatocellulare e, nei casi più gravi, rendere necessario il trapianto di fegato. Dopo anni caratterizzati dall'assenza di trattamenti specifici approvati, tuttavia, lo scenario terapeutico sta cambiando rapidamente.
È questo il messaggio che emerge dalla quinta edizione dell'International Delta Cure Meeting, in programma a Milano il 15 e 16 ottobre 2026, sotto la presidenza di Pietro Lampertico, professore ordinario di Gastroenterologia all'Università degli Studi di Milano e direttore della Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico di Milano, e Heiner Wedemeyer, direttore del Dipartimento di Gastroenterologia, Epatologia, Malattie Infettive ed Endocrinologia della Scuola di Medicina di Hannover.
L'incontro riunisce i principali specialisti internazionali per discutere i progressi nella diagnosi, i risultati dei trattamenti disponibili e le nuove strategie terapeutiche in sviluppo.
Una malattia rara, ma particolarmente aggressiva
L'epatite Delta è causata dal virus HDV, un agente infettivo che può replicarsi soltanto in presenza del virus dell'epatite B (HBV). L'infezione può quindi verificarsi esclusivamente nelle persone con infezione da HBV, sotto forma di coinfezione o sovrainfezione.
In Italia si stima che le persone con infezione attiva da HDV siano alcune migliaia. Numeri relativamente contenuti che non devono però far sottovalutare la gravità della patologia, caratterizzata da un'evoluzione spesso più rapida rispetto alle altre forme di epatite virale cronica.
«L'epatite Delta è una malattia rara, ma è la forma più aggressiva di epatite virale cronica: può colpire persone giovani e progredire rapidamente verso cirrosi, scompenso, epatocarcinoma e trapianto», sottolinea Lampertico.
Dalla scoperta del virus, avvenuta nel 1977 grazie al lavoro del professor Mario Rizzetto, fino al 2023, i pazienti hanno avuto a disposizione possibilità terapeutiche estremamente limitate.
Oggi, invece, la disponibilità del primo trattamento specifico e l'avanzamento di numerosi programmi di ricerca stanno modificando profondamente le prospettive di cura.
Bulevirtide cambia la storia della malattia: meno scompenso nei pazienti cirrotici
Il primo importante cambiamento è arrivato con bulevirtide, attualmente l'unico trattamento specifico disponibile nella pratica clinica per l'epatite cronica Delta.
Il farmaco ha introdotto un nuovo approccio terapeutico, bloccando l'ingresso dei virus HBV e HDV negli epatociti attraverso l'inibizione del recettore NTCP, utilizzato dai virus per penetrare nelle cellule del fegato.
Le evidenze raccolte negli ultimi anni indicano che il trattamento può determinare risposte virologiche e biochimiche che tendono a consolidarsi nel tempo, con un profilo di sicurezza favorevole anche nei pazienti con malattia epatica avanzata.
Particolarmente rilevanti sono i risultati di un recente studio multicentrico europeo coordinato dal centro milanese, che ha evidenziato nei pazienti cirrotici trattati una riduzione di circa l'80% del rischio di scompenso epatico dopo tre anni di terapia.
Un risultato importante perché lo scompenso rappresenta una delle principali complicanze della cirrosi e può comportare un rapido peggioramento delle condizioni cliniche.
Rimane tuttavia fondamentale mantenere un'attenta sorveglianza per il carcinoma epatocellulare: il trattamento, infatti, non elimina completamente il rischio di sviluppare un tumore del fegato.
Tre nuove strategie in fase 3: verso trattamenti più personalizzati
Se bulevirtide ha rappresentato il primo passo, le prospettive dei prossimi anni potrebbero ampliare ulteriormente le possibilità terapeutiche.
Al Delta Cure Meeting vengono presentati nuovi dati relativi a tre strategie già arrivate alla fase 3 dello sviluppo clinico, basate su anticorpi monoclonali utilizzati da soli oppure in combinazione con molecole dirette contro l'RNA del virus dell'epatite B, come i piccoli RNA interferenti (siRNA).
Questi approcci si aggiungono ad altri programmi di ricerca e potrebbero consentire, in futuro, di differenziare le strategie terapeutiche in funzione delle caratteristiche del paziente e della malattia.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda la durata dei trattamenti.
Bulevirtide richiede generalmente una somministrazione prolungata, mentre alcune delle nuove strategie puntano a ottenere una risposta virologica sostenuta dopo cicli terapeutici di durata definita.
Alcuni programmi prevedono, per esempio, trattamenti di circa 48 settimane, con l'obiettivo di mantenere il controllo dell'infezione anche dopo la sospensione della terapia, almeno in sottogruppi selezionati di pazienti.
«Oggi bulevirtide è l'unico farmaco disponibile nella pratica clinica, ma richiede una somministrazione prolungata», spiega Lampertico. «Parallelamente stanno avanzando nuove strategie: alcune sono trattamenti soppressivi a lungo termine, altre puntano invece a ottenere, in pazienti selezionati, una risposta sostenuta dopo un ciclo di terapia di durata definita».
La possibilità di disporre di trattamenti con durata prestabilita potrebbe avere ricadute importanti sulla qualità di vita dei pazienti e sulla gestione complessiva della malattia.
I risultati di numerosi studi registrativi sono attesi nel 2027 e saranno determinanti per comprendere quali di queste strategie potranno effettivamente entrare nella pratica clinica.
Diagnosi più accessibili: il test HDV-RNA entra nei nuovi LEA
Accanto ai progressi terapeutici, un altro elemento decisivo è rappresentato dal miglioramento della diagnosi.
L'epatite Delta continua infatti a essere sottodiagnosticata, nonostante le raccomandazioni prevedano che tutte le persone positive all'antigene di superficie dell'epatite B (HBsAg) vengano sottoposte almeno una volta al test per la ricerca degli anticorpi anti-HDV.
Questo controllo non viene ancora effettuato sistematicamente, con il rischio di lasciare non riconosciute infezioni potenzialmente gravi.
Per superare il problema, alcuni centri hanno introdotto il cosiddetto reflex testing, una procedura che prevede l'esecuzione automatica del test anti-HDV nei campioni risultati positivi per HBsAg.
Un'ulteriore novità arriva dall'aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che include tra le prestazioni di specialistica ambulatoriale anche il test quantitativo HDV-RNA.
L'esame permette di documentare la presenza di un'infezione attiva e di monitorarne l'andamento durante il trattamento.
L'inserimento nei LEA rappresenta quindi un passo importante verso un accesso più uniforme alla diagnostica, anche se la sua effettiva disponibilità dipenderà dall'attuazione dei percorsi assistenziali.
Le nuove terapie contro l'epatite B potrebbero aiutare anche i pazienti con HDV
Un ulteriore fronte di ricerca riguarda il rapporto tra epatite Delta ed epatite B.
Poiché il virus HDV dipende dall'HBV per completare il proprio ciclo vitale, le nuove strategie sviluppate per ottenere la cosiddetta cura funzionale dell'epatite B potrebbero avere ricadute anche sul trattamento dell'infezione Delta.
La cura funzionale dell'HBV viene generalmente identificata con la perdita dell'HBsAg, un risultato che potrebbe privare il virus Delta di un elemento essenziale per il proprio ciclo infettivo.
In prospettiva, questo approccio potrebbe aprire la strada a combinazioni tra farmaci diretti specificamente contro HDV e terapie capaci di interferire con il supporto fornito dall'HBV.
Si tratta di una possibilità ancora oggetto di ricerca, ma potenzialmente rilevante per lo sviluppo di strategie terapeutiche più efficaci e durature.
A Milano i maggiori esperti internazionali
La quinta edizione dell'International Delta Cure Meeting si svolge presso la Fondazione Cariplo Conference Center di Milano e affronta tutti i principali aspetti dell'infezione da HDV: epidemiologia, virologia, immunologia, diagnostica, storia naturale, trattamenti disponibili e nuove terapie.
Per la prima volta, gli abstract accettati saranno pubblicati in un supplemento dedicato della rivista scientifica BMJ Open Gastroenterology.
A quasi cinquant'anni dalla scoperta del virus Delta, la ricerca sta dunque attraversando una fase di trasformazione. Il miglioramento della diagnosi, i risultati ottenuti con bulevirtide e l'arrivo di nuove strategie in fase avanzata di sviluppo fanno intravedere la possibilità di passare da un'unica opzione terapeutica a un approccio progressivamente più articolato e personalizzato.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questi progressi scientifici in benefici concreti per i pazienti, garantendo diagnosi tempestive, accesso ai trattamenti e un monitoraggio adeguato delle complicanze epatiche
Fonte: pharmastar.it
























