Epatite C, lo screening gratuito resta l’occasione da non perdere

L’epatite C spesso non fa rumore: può restare silenziosa per anni, senza sintomi chiari, mentre il fegato continua a subire danni. Proprio per questo il test non è un dettaglio burocratico, ma una porta d’ingresso alla diagnosi precoce e alle cure. In vista della Giornata mondiale dell’epatite del 28 luglio, il messaggio delle autorità sanitarie è netto: gli strumenti per intercettare e curare molte infezioni ci sono, ma troppe persone arrivano tardi al controllo.
In Italia il tema riguarda anche lo screening nazionale gratuito per l’HCV, rivolto in particolare ai nati dal 1969 al 1989, oltre che a persone seguite dai SerD e detenuti, secondo il programma nazionale avviato per favorire l’eliminazione del virus. La proroga al 31 dicembre 2026 offre più tempo, ma non dovrebbe diventare un alibi per rimandare.
Perché l’epatite C è una diagnosi da non rinviare
L’HCV è un virus che si trasmette soprattutto attraverso il contatto con sangue infetto. Oggi il rischio legato a trasfusioni e procedure sanitarie è molto diverso rispetto al passato, grazie ai controlli, ma restano situazioni da conoscere: uso condiviso di aghi o strumenti taglienti, procedure non sicure, esposizioni professionali, vecchie trasfusioni o interventi avvenuti prima dell’introduzione degli screening sistematici.
Il punto più insidioso è che l’infezione può non dare disturbi evidenti. Una persona può sentirsi bene e scoprire il problema solo dopo esami alterati o quando la malattia epatica è già avanzata. Le fonti sanitarie internazionali ricordano che l’epatite C cronica, se non trattata, può favorire cirrosi, insufficienza epatica e tumore del fegato. Non significa che ogni infezione evolva in questo modo, ma significa che aspettare i sintomi è una strategia fragile.
Il test: cosa cerca davvero
Il primo passaggio di solito è la ricerca degli anticorpi anti-HCV. Un risultato positivo indica che la persona è entrata in contatto con il virus, ma non basta da solo a dire se l’infezione sia ancora attiva. Per questo, quando serve, si procede con la ricerca dell’HCV RNA, cioè del materiale genetico del virus nel sangue.
Questa distinzione è importante: una persona può avere anticorpi perché ha avuto un’infezione in passato, ma non avere più il virus attivo. Oppure può avere un’infezione corrente, da valutare con lo specialista. Il test non è una diagnosi fai-da-te: il risultato va interpretato da un medico, dal centro screening o dal servizio sanitario che lo ha proposto.
Per chi è pensato lo screening gratuito in Italia
Il programma nazionale italiano nasce per trovare infezioni non diagnosticate e collegare rapidamente le persone positive ai percorsi di conferma e cura. Il Ministero della Salute ha indicato come popolazione target i cittadini nati dal 1969 al 1989 iscritti all’anagrafe sanitaria, inclusi gli stranieri temporaneamente presenti, oltre agli utenti dei servizi pubblici per le dipendenze e ai detenuti, indipendentemente dalla coorte di nascita.
La Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’intesa per prorogare al 31 dicembre 2026 il termine dello screening nazionale HCV. In pratica, tempi e modalità possono variare da Regione a Regione: alcune inviano inviti, altre integrano il test in accessi già programmati, altre ancora lo propongono tramite servizi territoriali. La cosa prudente è controllare il sito della propria Regione o ASL, oppure chiedere al medico di famiglia.
Perché il 2026 è un anno chiave
La campagna OMS per la Giornata mondiale dell’epatite 2026 usa un messaggio semplice: abbattere le barriere che separano le persone da prevenzione, test e cure. Secondo il Global hepatitis report 2026, nel 2024 vivevano nel mondo circa 240 milioni di persone con infezione cronica da epatite B e 47 milioni con infezione da HCV. Nello stesso anno, epatite B e C hanno causato complessivamente circa 1,3 milioni di decessi legati soprattutto a cirrosi e tumore del fegato.
Il dato non va letto con allarmismo, ma con realismo. L’OMS sottolinea che esistono vaccini efficaci per l’epatite B, diagnostica accurata, trattamenti curativi per l’epatite C e terapie di lungo periodo per l’epatite B. Il problema, a livello globale, resta l’accesso: molte persone non sanno di essere infette o non arrivano ai servizi.
Cosa fare senza farsi spaventare
Chi rientra nella fascia di screening o pensa di avere avuto un’esposizione a rischio dovrebbe informarsi sui canali locali e non rimandare il test. Chi ha già un risultato positivo non dovrebbe interpretarlo da solo né sospendere terapie o assumere farmaci senza indicazione. Serve un passaggio medico, perché il percorso cambia in base alla conferma dell’infezione attiva, allo stato del fegato, ad altre malattie e ai farmaci già assunti.
La prevenzione resta concreta: non condividere aghi, rasoi, spazzolini o strumenti che possono venire a contatto con sangue; scegliere solo operatori qualificati per tatuaggi, piercing e procedure estetiche invasive; usare correttamente le protezioni quando vi sono rischi di esposizione; seguire le indicazioni vaccinali per l’epatite B. Per l’epatite C non esiste un vaccino, ed è proprio per questo che test, diagnosi e cura tempestiva contano così tanto.
Fonte: tantasalute.it
























