Tumori: 1 decesso su 4 in Italia è legato alla scarsa istruzione

Oltre ad aumentare il rischio di ammalarsi, la povertà influisce sulle probabilità che una persona ha di perdere la vita a causa di un tumore.

Se è noto da tempo che negli Stati ad alto reddito si muoia più di cancro che a causa delle malattie cardiovascolari, meno chiare sono le conclusioni circa l’impatto che un minore livello di istruzione ha sulla possibilità di superare una malattia oncologica.

A partire dal nostro Paese. Uno studio pubblicato a settembre scorso sul Journal of public health ha però sgomberato il campo dai dubbi. Tra i determinanti socioeconomici in grado di influire sulla mortalità da cancro in Italia rientra anche il livello del ciclo di studi, che indirettamente è spesso in grado di predire la capacità di reddito che una persona svilupperà nel corso della vita.

Un riscontro che conferma come la povertà (attraverso le sue molteplici ricadute) rappresenti la minaccia più incombente per la salute. E che suona come un monito, in tempi in cui si discute di sostenibilità del servizio sanitario nazionale e di autonomia differenziata.

Quasi 1 decesso su 4 correlato alla scarsa istruzione

Nonostante la mortalità complessiva per cause oncologiche nel nostro Paese sia in calo ormai da oltre un decennio, a far suonare l’allarme in occasione dell’ultima Giornata mondiale contro il cancro sono state le conclusioni di un lavoro condotto dai ricercatori delle università di Milano e Bologna.

Gli studiosi – coordinati da Gianfranco Alicandro, con il contributo di due epidemiologi di lungo corso: Carlo La Vecchia e Paolo Boffetta – hanno posto in relazione le statistiche relative alla mortalità oncologica in Italia nel 2011 con il grado di istruzione dei pazienti deceduti.

Incrociando i dati, i ricercatori hanno rilevato che quasi un quarto dei decessi per cancro ha visto coinvolte persone che avevano interrotto il proprio percorso di studi prima dell’università. L’associazione è risultata più forte tra gli uomini (29,1 per cento): oltre 22 mila le vittime finite all’attenzione degli autori.

Il legame è emerso in maniera particolarmente significativa per alcune forme di tumore: come quelli (in ordine di entità della correlazione) del distretto testa-collo, dell’esofago, del fegato, della cervice uterina, dello stomaco, del polmone, della vescica, del colon-retto, della prostata e del pancreas.

Il maggior numero di decessi ha riguardato gli uomini colpiti da una neoplasia polmonare e le donne affette da un tumore del colon-retto. Nessuna menzione per il tumore al seno (la forma di cancro più frequente), per ragioni che rimandano con ogni probabilità a fattori riproduttivi: gravidanze plurime e più precoci potrebbero aver protetto le donne, anche se meno istruite.

Cittadini più vulnerabili se meno istruiti

Dietro questo elenco, si cela la disomogenea diffusione di alcuni fattori di rischio noti e più presenti nelle persone con un più basso livello di istruzione e disponibilità economica: dal fumo di sigaretta all’uso di bevande alcoliche, dalla diffusione del papillomavirus (Hpv) a quello di altri agenti infettivi cancerogeni (virus epatici, Helicobacter Pylori), dall’esposizione a sostanze cancerogene sul posto di lavoro all’eccesso di peso corporeo.

Senza dimenticare che le persone meno istruite accedono meno a screening (seno, colon-retto, cervice uterina) e vaccinazioni (epatite B e papillomavirus). Se a ciò si aggiunge che molti di questi connazionali vivono nelle aree più svantaggiate del Paese, diventa chiaro che il combinato di scarsa istruzione e povertà sanitaria non possa che avere un impatto sulla mortalità oncologica. Anche in un contesto sanitario universalistico come quello italiano.

“Il nostro lavoro – è quanto messo nero su bianco nelle conclusioni dello studio, che ha restituito un’istantanea analoga a quella scattata a livello europeo pochi mesi prima dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) e diffusa attraverso le pagine di The Lancet regional health Europe – documenta come una quota di decessi per cancro sia prevenibile affrontando le disuguaglianze economiche che nella fascia di popolazione meno istruita determinano una maggiore esposizione ai fattori di rischio e un accesso ridotto ai servizi di diagnosi precoce e cura”.

Come ridurre l’impatto delle disuguaglianze?

Come provare a smorzare il riflesso che un grado di istruzione inferiore – spesso preludio di una condizione di vita meno agiata – ha sulla mortalità oncologica?

Favorire la diffusione della prevenzione a partire dai ceti più deboli della popolazione è il primo passo da compiere. Un’operazione relativamente a basso costo, che necessita però di tempo per dare i suoi frutti. Così come qualsiasi attività di sensibilizzazione volta a far prendere consapevolezza alla cittadinanza dell’impatto che l’istruzione ha (anche) sulla nostra salute.

Nel breve termine, invece, occorre “attivare le reti oncologiche in maniera diffusa, affinché il miglior percorso di diagnosi e cura non sia più relazionabile al territorio di appartenenza”, per dirla con Adriana Bonifacino, presidente della Fondazione IncontraDonna.

Questione urgente, come dimostrato anche dai recenti dati diffusi dalla Rete oncologica pazienti Italia (Ropi), secondo cui una chirurgia oncologica affidabile è peculiare nelle Regioni del Nord, mentre rimane ancora una Cenerentola nel Mezzogiorno del Paese (nonostante il trend di crescita rilevato in Sicilia, Puglia e Campania).

Da Proffit un’opportunità per misurare la tossicità finanziaria tra i pazienti oncologici

Delle disuguaglianze e del loro impatto tanto sull’incidenza quanto sulla mortalità per cancro si discute sempre più spesso, anche nel nostro Paese.

A disposizione della comunità scientifica vi è un nuovo tool (Proffit), in grado di misurare la tossicità finanziaria direttamente attraverso i pazienti. Il questionario, composto da nove domande che puntano a registrare le cause delle difficoltà economiche e dalle restanti volte a misurare le conseguenze, è stato validato in uno studio pubblicato sulla rivista Esmo open.

I clinici potranno utilizzarlo nell’ambito di studi osservazionali che documentino l’incidenza e l’andamento della tossicità finanziaria in setting specifici di pazienti, che guardino alla tossicità finanziaria come endpoint di confronto tra interventi o terapie diverse o in progetti di ricerca che mirino a ridurne l’impatto con interventi su alcuni dei suoi possibili determinanti (distanza dal centro curante, spese legate a costi di trattamenti e prestazioni non coperte dal servizio sanitario nazionale, efficienza del sistema dal punto di vista dell’interazione tra operatori sanitari sul versante clinico e amministrativo).

Fonte: aboutpharma.com