Gli trapiantarono un fegato di «seconda scelta» e morì: indagati cinque medici
I sanitari accusati di omicidio colposo. Al paziente fu innestato un organo di un uomo di 80 anni con epatite B
BARI - Cinque medici del policlinico di Bari sono accusati di omicidio colposo per aver provocato la morte di un uomo di 65 anni, Carmelo Solimeo, affetto da cirrosi epatica da virus C e da carcimoma epatico multifocale. Al paziente, deceduto il 2 novembre 2008, in violazione - secondo l’accusa - delle «leges artis» fu trapiantato un fegato «marginale» o di «seconda scelta» (proveniente cioè da un paziente ottantenne) e con ricordo immunologico del virus dell’epatite B, quindi soggetto a sviluppare nel ricevente l’epatite B. I medici che hanno ricevuto l’avviso di conclusione dell’indagine, che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, sono Michele Colasuonno e Angela Daniela Di Franco, di 35 anni, Luigi Lupo, di 58, Piercarmine Panzera, di 36, e Francesco Tandoi, di 32.
Il trapianto fu compiuto da Lupo e Panzera che - a giudizio del pm inquirente Angela Morea - eseguirono l’intervento in dispregio delle «leges artis», cioè delle più avanzate conoscenze mediche del settore; i due omisero anche di informare il paziente dei rischi che correva: cioè di poter contrarre il virus dell’epatite B, un rischio concreto per Solimeo che, essendo positivo al virus dell’epatite C, era invece negativo al virus dell’epatite B. Il trapianto fu compiuto il 5 maggio 2008, senza che - secondo il pm - al paziente fu data la possibilità di scegliere se optare o meno per l’intervento. Dopo aver compiuto il trapianto Colasuonno, Di Franco, Lupo e Tadoi - secondo l’accusa - errarono nella gestione del decorso post operatorio della malattia. Sospesero, infatti, al paziente la profilassi anti-epatite B dopo averne curato la somministrazione per un solo ciclo (otto giorni) anzichè somministrare per un mese anticorpi e antivirali.
A distanza di qualche tempo dall’intervento, Solimeo fu affetto da una febbricola persistente e resistente alla terapia antibiotica. I medici che lo visitarono (Lupo, Colasuonno, Di Franco e Tadoi) anzichè - secondo la procura - ricercare con accertamenti diagnostici l’origine della febbre, si limitarono a rassicurare l’ammalato. Solo il 26 settembre 2008, durante un controllo ambulatoriale, al paziente venne sottoscritta una terapia con anticorpi antivirus B e, dopo tre giorni, si rese necessario il ricovero. Solo dopo cinque mesi dall’intervento, il 16 ottobre 2008, fu compiuto su Solimeo l’esame per la determinazione della carica virale, un accertamento ritenuto dalla pubblica accusa «fondamentale» per il paziente che, essendo stato trapiantato con fegato di ’seconda sceltà «incorreva nell’elevata possibilità (del 50%) di sviluppare l’epatite B sin dai primi mesi del trapianto». L’esame evidenziò la riattivazione in Solimeo dell’infezione da virus B, di cui era affetto il fegato del donante. Così le condizioni del paziente si aggravarono sino a sfociare «in una grave insufficienza epatica, associata ad uno stato settico, complicato da insufficienza renale». Trasferito nel reparto di rianimazione il 30 ottobre 2008, Solimeo morì dopo tre giorni, il 2 novembre 2008