Ricerca finalizzata 2024: sei progetti che raccontano il futuro della sanità italiana

Dalla lotta all’epatocarcinoma alle nuove strategie contro l’infarto. dalla diagnosi precoce delle demenze alle prospettive di cura per le malattie rare.

progetti premiati dal bando 2024 per la ricerca finalizzata del ministero della Salute offrono uno spaccato delle direttrici lungo cui si sta muovendo la comunità scientifica italiana in ambito biomedico.

Dopo l’analisi dei risultati del bando e della distribuzione dei 150 milioni di euro stanziati dal ministero, di seguito i sei progetti classificatisi al primo posto  nelle diverse categorie di finanziamento (progetti ordinari – change promoting, progetti ordinari – theory enhancing, giovani ricercatori – change promoting, giovani ricercatori – theory enhancing, ricerca cofinanziata, starting grant).

Il progetto Lift per dare scacco matto all’epatocarcinoma

Immunoterapia e trapianto d’organo: come far collaborare due tra le più potenti armi contro il cancro quando la prima lavora sul potenziamento delle difese dell’organismo e la seconda deve (per necessità) frenarle?

Il progetto Lift punta a trasformare questa contraddizione in una sinergia per la cura dell’epatocarcinoma. Se per i piccoli tumori il trapianto di fegato resta la soluzione migliore e per quelli avanzati l’immunoterapia ha aperto orizzonti di speranza, l’interazione tra i due trattamenti è sempre stata un terreno minato.

“Ipotizziamo che la combinazione possa promuovere una cascata immunologica proficua che, partendo dal priming delle cellule T antitumorali, possa concludersi in un potenziamento della sorveglianza immunitaria grazie all’effetto adiuvante del trapianto di fegato”, spiega Vincenzo Mazzaferro, 68 anni, direttore della chirurgia generale oncologica 1 dell’apparato digerente e trapianto di fegato dell’Irccs Istituto nazionale dei tumori (Int) di Milano, che coordinerà la ricerca selezionata come prima dal ministero nella categoria dei progetti ordinari finalizzati al cambiamento della pratica clinica.

Se i risultati del progetto Lift confermeranno i primi segnali di persistenza dei linfociti T anche dopo l’inizio delle terapie antirigetto, “ci troveremmo di fronte alla possibilità di usare il trapianto come alleato biologico delle cure sistemiche, per fare terra bruciata intorno al cancro”, conclude lo specialista (nella foto il secondo da destra), che è anche ordinario di chirurgia generale all’Università di Milano.

Riattivare i linfociti T per superare la coinfezione Hbv-Hdv

Tra le linee più avanzate finanziate nell’ambito della ricerca finalizzata del ministero della Salute, si colloca il progetto coordinato da Carolina Boni, dirigente medico dell’unità operativa di malattie infettive ed epatologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma (nella foto la prima da sinistra).

Lo studio, primo classificato a livello nazionale nella sezione “theory-enhancing” e sostenuto con quasi 450 mila euro, punta a sviluppare nuove strategie di cura per la gestione della coinfezione cronica da virus dell’epatite B e Delta.

L’introduzione di bulevirtide – primo trattamento mirato approvato in Europa – ha aperto nuove prospettive. Ma le risposte cliniche risultano ancora eterogenee e spesso non definitive: da qui la necessità di strategie complementari.

“La ricerca si concentra su un nodo centrale della patologia: l’incapacità del sistema immunitario di eliminare l’infezione cronica – spiega l’esperta, 55 anni, professore associato di malattie infettive dell’ateneo ducale –. Il progetto mira a studiare il ruolo dei linfociti T, per comprendere i meccanismi che portano alla persistenza del virus e identificare possibili strategie di riattivazione immunitaria attraverso cui migliorare concretamente le prospettive di cura”.

Prevista anche la ricerca di biomarcatori predittivi della risposta terapeutica, con l’obiettivo di identificare quali pazienti possano beneficiare delle future strategie di immunomodulazione. In questa prospettiva, la coinfezione da Hbv e Hdv è considerata un modello complesso di interazione tra virus e sistema immunitario. 

Infarto: una nuova strategia per bloccare il rischio trombotico

L’infarto miocardico acuto rimane una condizione ad alto rischio, in cui i primi minuti sono decisivi per la prognosi del paziente. Migliorarne il trattamento attraverso una più rapida ed efficace inibizione piastrinica è il focus dello studio al primo posto tra i progetti presentati da giovani ricercatori (change promoting).

Ad aggiudicarselo Riccardo Rinaldi, 34 anni, cardiologo interventista dell’Ospedale Infermi di Rimini (nella foto il primo da destra). Sarà lui a guidare uno studio multicentrico con circa 1.200 pazienti coinvolti, finalizzato a confrontare una terapia antiaggregante endovenosa precoce (cangrelor) rispetto allo standard, durante l’angioplastica.

“In questo trattamento esiste una fase iniziale ad alto rischio trombotico in cui le terapie possono non garantire una protezione immediata – chiarisce lo specialista –. Puntiamo a intervenire proprio in quella finestra temporale: rendendo il trattamento più rapido, efficace e prevedibile. I risultati attesi potranno tradursi in un miglioramento significativo degli esiti clinici, con una riduzione degli eventi avversi e un impatto positivo sulla gestione delle sindromi coronariche acute nel Servizio sanitario nazionale”.

Demenze: verso un modello per diagnosi precoce e presa in carico

Le demenze rappresentano una delle principali sfide sanitarie dei prossimi decenni, con un impatto crescente: sia sul sistema sanitario sia sul tessuto sociale.

In Italia, dove l’invecchiamento della popolazione è particolarmente marcato, la necessità di rafforzare diagnosi precoce, presa in carico e continuità assistenziale è una priorità strategica anche per le istituzioni. In questo contesto si inserisce il progetto promosso dall’Istituto superiore di sanità (Iss): per il ministero della Salute la prima scelta nella categoria giovani ricercatori (theory enhancing).

L’iniziativa punta a migliorare l’organizzazione e l’integrazione dei servizi, valorizzando il ruolo dei centri per i disturbi cognitivi e le demenze.

“L’obiettivo è migliorare l’identificazione precoce dei disturbi cognitivi e rendere più omogenea la presa in carico sul territorio, riducendo le disuguaglianze tra le diverse realtà regionali”, spiega la coordinatrice Marisa Cappella, 38 anni, ricercatrice del dipartimento di Neuroscienze dell’Iss (la seconda da sinistra, nella foto).

Accanto alla dimensione organizzativa, il progetto punta anche a rafforzare la raccolta e l’analisi dei dati, elemento cruciale per orientare le politiche sanitarie e valutare l’efficacia degli interventi. In prospettiva, l’iniziativa ambisce a costruire un modello replicabile a livello nazionale, capace di integrare prevenzione, diagnosi e assistenza in un sistema più coordinato. Non soltanto farmaci: la sfida all’Alzheimer passa anche da qui.

Immuno-Fert per curare il tumore dell’endometrio senza rinunciare alla maternità

Se da un lato le terapie oncologiche devono essere radicali per garantire la guarigione, la chirurgia per asportare un tumore dell’endometrio in donne giovani può comportare la perdita della capacità riproduttiva.

Immuno-Fert, prima scelta del ministero nell’ambito dei progetti cofinanziati (in campo anche Msd), punta a esplorare una possibile alternativa terapeutica. Nei tumori a basso grado, i trattamenti ormonali conservativi rappresentano un approccio consolidato. Tuttavia, nei casi caratterizzati da deficit del sistema di riparazione del Dna (dMmr), il rischio di recidiva rimane elevato. In questo contesto si colloca l’immunoterapia, già in uso nelle fasi avanzate della malattia.

Lo studio valuterà l’impiego del pembrolizumab (inibitore di PD-1) per ridurre, potenzialmente, il ricorso alla chirurgia. “L’obiettivo è offrire alle pazienti giovani una strategia efficace e sicura che consenta di trattare il tumore senza rinunciare alla prospettiva di una gravidanza”, spiega Fabio Martinelli, 45 anni, responsabile dell’unità operativa di ginecologia oncologica chirurgica dell’Irccs Humanitas San Pio X e coordinatore di Immuno-Fert (quarto da sinistra, nell’immagine).

Lo studio (fase 2) prevede l’arruolamento di quaranta pazienti e valuterà la possibilità di ottenere una risposta completa entro sei mesi (così da evitare l’intervento). Oltre alla sicurezza, al tasso di recidive e agli esiti riproduttivi, saranno analizzate le variazioni del microambiente tumorale e della risposta immunitaria sistemica, per chiarire i meccanismi alla base della risposta al trattamento.

Caccia a nuove opzioni di cura per la neuropatia di Charcot-Marie-Tooth

C’è una sfida (più di tutte) ancora aperta nello studio delle neuropatie ereditarie: comprendere come intervenire sui meccanismi che portano alla degenerazione della mielina. In quella di Charcot-Marie-Tooth di tipo 1B, che colpisce una persona ogni 2.500, la malattia è causata da mutazioni del gene Mpz, che alterano la produzione di una proteina essenziale nella struttura della mielina (da cui la progressiva perdita della funzione nervosa).

Le cellule dispongono di un sistema interno di controllo della qualità dei polipeptidi, che può indirizzare la risposta verso l’adattamento o verso il danno. Studi precedenti – condotti a livello preclinico – hanno dimostrato che modulare alcuni di questi meccanismi può migliorare il decorso della malattia.

In questo contesto si inserisce uno dei 29 progetti finanziati dal ministero della Salute (come starting grant) ai ricercatori dell’Irccs ospedale San Raffaele, che mira a definire il potenziale ruolo protettivo del sistema Atf6. “Vogliamo capire se la sua attivazione possa ridurre lo stress delle cellule che producono mielina e migliorare la funzione dei nervi”, spiega il neurologo Francesco Gentile, 34 anni, ricercatore dell’unità di biologia della mielina dell’Irccs alle porte di Milano (terzo da sinistra nella foto).

Il progetto (su modelli animali) prevede l’impiego di una molecola sperimentale in grado di attivare Atf6, per valutarne gli effetti sulla funzione nervosa (attraverso test comportamentali, fisiologici e analisi dei tessuti). Lo studio sarà esteso a modelli con malattie di gravità differente. In parallelo, cellule nervose periferiche verranno utilizzate in laboratorio per testare combinazioni di molecole che attivano diversi sistemi di risposta allo stress cellulare, con l’obiettivo di verificare l’efficacia di un’azione congiunta.

Fonte: aboutpharma.com