Obesità, ne soffrono 400mila italiani con scompenso cardiaco. Nuovo farmaco per mix patologie
Cardiologi a congresso sfatano il mito del 'fat but fit', un farmaco aiuta a combattere il mix letale scompenso-eccesso di peso
Sono almeno 400mila gli italiani con obesità e scompenso cardiaco, due patologie legate a doppio filo ed entrambe in continua crescita nel nostro Paese, dove gli obesi sono circa 6 milioni e i pazienti con insufficienza cardiaca oltre 1 milione. I chili di troppo sono spesso il primo passo sulla strada che porta allo scompenso e si stima che fino all’80% dei pazienti con scompenso cardiaco e frazione di eiezione preservata, pari alla metà dei casi, sia anche obeso. La combinazione è molto pericolosa, perché può aumentare fino all’85% il rischio di eventi cardiovascolari fatali, ‘rubando’ almeno 6 anni di aspettativa di vita. Lo ricordano gli esperti in occasione dell’84° Congresso Nazionale della Società Italiana di Cardiologia (SIC). Il 2023 è stato però l’anno della svolta per le terapie: è ora possibile trattare i pazienti con scompenso cardiaco con un farmaco specifico anti-obesità, semaglutide, ottenendo un miglioramento dei sintomi e della funzionalità oltre che una riduzione significativa del peso corporeo. "Scompenso cardiaco e obesità sono due epidemie in rapidissima crescita", afferma il presidente Sic Perrone Filardi, direttore della Scuola di specializzazione in Malattie dell'apparato cardiovascolare dell'università Federico II di Napoli.
"L'insufficienza cardiaca oggi colpisce oltre 1 milione di italiani e si stima un incremento del 30% dei casi entro il 2030. Un aumento trainato in parte dall'incremento dell'aspettativa di vita, perché la prevalenza della patologia raddoppia a ogni decade di età e dopo gli 80 anni lo scompenso colpisce il 20% della popolazione. Tuttavia l'insufficienza cardiaca ha anche l'obesità fra le sue cause principali - precisa lo specialista - perché i chili in eccesso comportano, fra le altre cose, un incremento dell'infiammazione generale, un maggiore stress su metabolismo e sistema cardiovascolare e un aumento del grasso viscerale anche a livello cardiaco".
"E' proprio il grasso viscerale e addominale il più pericoloso - rimarca Ciro Indolfi, past-president Sic e ordinario di Cardiologia all'università degli Studi 'Magna Grecia' di Catanzaro - e quello che dovrebbe essere realmente misurato: la semplice valutazione dell'indice di massa corporea" Bmi, "e quindi del rapporto fra peso e altezza, non basta. E' necessario valutare la distribuzione del grasso e non soltanto l'indice di massa corporea, così ogni possibile vantaggio di sopravvivenza per gli obesi sparisce. L'obesità infatti fa male al cuore: la probabilità di avere un infarto, un ictus o un evento cardiovascolare fatale aumenta dal 67% all'85% rispetto a chi è normopeso, tanto che i chili in eccesso rubano fino a 6 anni di vita, secondo un recente studio pubblicato su 'Jama'".
"La buona notizia - evidenzia Perrone Filardi - è che il 2023 è stato un anno di svolta perché l'obesità è diventata per la prima volta un target farmacologico per combattere lo scompenso cardiaco. Oggi, finalmente, si può intervenire con una terapia mirata all'obesità. Nello studio Select pubblicato di recente sul 'New England Journal of Medicine', condotto su oltre 17mila pazienti in sovrappeso od obesi con malattia cardiovascolare ischemica, ma non diabetici, dimostra che il trattamento con semaglutide sottocute una volta alla settimana riduce del 20% il rischio di mortalità cardiovascolare, infarto e ictus rispetto ai pazienti in trattamento con placebo. Questa è un'evidenza destinata a impattare significativamente sul contrasto del rischio cardiovascolare. Il farmaco", della famiglia degli agonisti del recettore del Glp-1, "ha mostrato anche ottimi risultati sull'insufficienza cardiaca a frazione di eiezione preservata, dove ha dimostrato di migliorare la qualità di vita e la capacità di esercizio dei pazienti".
"Semaglutide inoltre - aggiunge Gianfranco Sinagra, direttore del Dipartimento Cardiotoracovascolare Asugi, università di Trieste - riduce l'infiammazione (-43,5% dei valori di proteina C reattiva) e comporta una maggiore perdita di peso (-13% vs. 2,6%) rispetto al placebo. Si tratta perciò di una strategia di trattamento che incide in maniera positiva sulla perdita di peso, ma anche direttamente sul profilo infiammatorio che accompagna spesso le malattie cardiovascolari ischemiche e lo scompenso. Ciò avrà probabilmente un impatto significativo sulla pratica clinica, soprattutto perché vi è una carenza di terapie efficaci in questo gruppo di pazienti vulnerabili".
Fonte: doctor33.it