Grazia Fernanda Spitoni, pioniera delle neuroscienze affettive, misura le emozioni con i dati

Docente di psicometria e neuroscienze alla Sapienza, esplora il legame invisibile tra pelle, mente e memoria

Si chiama Grazia Fernanda Spitoni, è professoressa associata di Psicometria all’Università Sapienza di Roma. Studia il tatto come canale affettivo, lo misura con metodo scientifico e lo mette in relazione con la psiche.

La psicometria è la scienza che usa la statistica per misurare le abilità mentali: l’intelligenza, la memoria, l’attenzione, ma anche la depressione, l’empatia, l’affettività”Tra i primi ad aver portato l’attenzione scientifica sul tatto affettivo: un sistema sensoriale regolato da fibre nervose specifiche (le cosiddette Ct) che trasmettono non solo la percezione del contatto, ma anche il senso di piacere affettivo e quindi protezione. Un campo di ricerca che oggi viene associato a molti disturbi psichiatrici, ma che fino a pochi anni fa non veniva preso in considerazione.

Scienziata, ricercatrice, psicoterapeuta, laurea in psicologia clinica, dottorato in neuropsicologia, formazione all’estero — tra Stati Uniti e Inghilterra — per apprendere le tecniche più innovative. Una scuola estiva alla Dartmouth University le cambia la vita. Ci hanno dato in mano un cervello. Ci hanno detto: giocateci. Ho voluto subito cercare l’amigdala, la zona più emotiva e affettiva del cervello. Ha la forma di una mandorla, ma prima di arrivarci c’è un mondo: meningi, sostanza grigia, sostanza bianca”, dice a Wired Grazia Fernanda Spitoni.

È arrivata allo studio del tatto partendo dalle rappresentazioni corporee nei disturbi alimentari. “Lavorando con i sensi, mi sono resa conto che quello più alterato nei pazienti psichiatrici era proprio il tatto”. È lì che comincia una ricerca che oggi interroga il legame profondo tra corpo e mente. “Il tatto è un ponte tra la psiche e il cervello. Una carezza può trasmettere sicurezza. Se assente, può diventare un vuoto da colmare”.

Come si misurano le emozioni?

“I test psicometrici sono fondamentali ma non bastano. Facciamo studi sperimentali, creiamo condizioni controllate in laboratorio e osserviamo le reazioni, comportamentali e cerebrali. Per esempio, controlliamo l'effetto di diversi tipi di tatto sulle persone: un tocco morbido piuttosto che doloroso può evocare emozioni e reazioni molto diverse. Tutto ciò ha a che fare col sistema somatosensoriale ma anche con la biografia delle persone”.

Che tecniche usate per osservare come si attiva il cervello?

“Usiamo strumenti comportamentali e di neuroimaging (risonanza magnetica strutturale e funzionale), l’elettroencefalogramma, la Pet, ma anche tecniche di stimolazione come la Tms (stimolazione magnetica transcranica) o la neuromodulazione. Osserviamo così come il cervello si attiva in risposta a determinati stimoli - cognitivi, affettivi, sensoriali. Possiamo vedere i circuiti coinvolti nella memoria, nell’attenzione, ma anche nelle emozioni e – nel nostro caso –nell’elaborazione del contatto. Il campo in cui ci muoviamo è quello delle neuroscienze affettive”.

Che cosa studiano esattamente?

“Le neuroscienze affettive sono un campo di ricerca interdisciplinare che si occupa di studiare il cervello e il sistema nervoso centrale relativamente alle emozioni, ai sentimenti e ai processi affettivi. Tutto ciò che sentiamo, che facciamo, che pensiamo, è un’espressione del nostro funzionamento neuronale, ma anche affettivo e cognitivo. Un ricordo, per esempio, non è solo qualcosa di emotivo: è anche una rete di neuroni che si attivano insieme, in una determinata area cerebrale, in un determinato modo”.

È vero che il tatto è il primo senso a svilupparsi?

Sì. ll feto, nel liquido amniotico, viene accarezzato continuamente dal movimento del liquido. Il cervello e la pelle presentano molte somiglianze, a partire dalla loro origine embrionale. Durante lo sviluppo fetale, entrambi derivano dallo stesso strato: l'ectoderma. Questo strato si differenzia in neuroectoderma, che forma il cervello, e in ectoderma superficiale, che dà origine alla pelle. Questo legame persiste per tutta la vita”.

Che cos’è, allora, il tatto affettivo?

È qualcosa di molto più primordiale di quanto pensiamo. Ha a che fare con l’attivazione di alcune fibre a conduzione lenta, che si chiamano fibre Ct. Queste fibre non trasmettono solo la sensazione di essere toccati, ma anche quella di affetto, di protezione e di sicurezza. Le carezze e il calore sono collegate alla formazione di un attaccamento affettivo sicuro. Se io non sono mai stato accarezzato, non solo non sono in grado di accarezzare ma nemmeno di riconoscere quando mi accarezzano. Il mio corpo non ha appreso: non ha sviluppato competenze affettive legate al tatto. Non è solo una questione psicologica. È come una persona che ha gli occhi, ma vive in una caverna al buio: ha la funzione della vista, ma non la può esplicare. E quindi magari non la sviluppa”.

Che cosa ha imparato, in tutti questi anni di ricerca?

“Che la vita è molto più complessa di quanto pensiamo. Che dietro un gesto semplice — come un abbraccio — c’è un mondo. Una storia biografica, certo, ma anche una storia neuronale. Il sistema nervoso ha una memoria sua. E tutto può cambiare per un dettaglio minuscolo: un ricordo, un’assenza, perfino un bicchiere di vino in più. Noi siamo sempre noi, ma non siamo mai uguali”.

Lei ha pubblicato di recente uno studio sull’autolesionismo. Che cosa ha scoperto?

“I pazienti che si tagliano, gli autolesionisti, potrebbero avere una grossa difficoltà ad attivare le fibre Ct. Hanno bisogno di stimoli più intensi, più fisici, per sentire qualcosa che per noi è lontanissimo da una carezza, ma per loro potrebbe essere – tra le altre cose -  una forma di rassicurazione”.

Che tipo di rassicurazione?

“Sentono il vuoto. Chi ha un buon attaccamento affettivo costruito fin dall'infanzia, va a cercare conforto nell’altro, magari con un abbraccio. Chi non ce l’ha interviene fisicamente su di sé per attenuare quel senso di mancanza e di angoscia. Per questo lo studio del tatto affettivo è così importante. È come se fosse un ponte privilegiato tra la psiche, la mente e il cervello come organo”.

Questa ricerca sul tatto affettivo può avere applicazioni cliniche?

“Siamo pionieri, lo stiamo vedendo adesso. Ma le faccio un esempio: all’ospedale dei bambini Vittore Buzzi di Milano, una ricerca del dottor Andrea Manzotti, ha scoperto che i bambini nati pretermine, in incubatrice, con un peso di 800 grammi, quando vengono accarezzati in modo affettivo migliorano la respirazione, la crescita dei polmoni, rispetto a bambini che non ricevono quel tipo di contatto. Con il tempo scopriremo sempre più possibilità”.

C'è stato un momento, un incontro, che ha segnato la sua strada?

Da bambina volevo fare la psicologa, anche se non sapevo bene cosa volesse dire. L’ho scoperto grazie a un amico di famiglia, un gesuita colto e gentile, che veniva spesso a cena da noi. Era il cappellano della cappella della Sapienza ed era anche psicologo. Raccontava il suo lavoro e ogni volta pensavo: voglio fare anch’io quella cosa. È stato lì il primo seme. Poi sono arrivate le lettureFreud, soprattutto. E da lì non sono più tornata indietro. Ho studiato psicologia clinica, poi mi sono innamorata della neuropsicologia, dei cervelli lesionati. Il mio mentore è stato il professor Pizzamiglio: è grazie a lui se ho imparato il rigore”.

C’è una scoperta che l’ha sorpresa davvero?

“Oltre alle ricerche sul tatto, durante il dottorato abbiamo studiato cosa succede al cervello quando gli arti vengono allungati. Nei ragazzini affetti da acondroplasia si possono guadagnare anche venti centimetri per ogni gamba. Ci siamo chiesti: il cervello cosa fa, si adatta? Con la risonanza magnetica abbiamo visto che sì, si adatta per far funzionare meglio il corpo”.

C'è un progetto che avrebbe voluto realizzare e non è riuscita a portare avanti?

“Tanti progetti, purtroppo. In Italia c'è un grande problema: finanziamo poco la ricerca. E lo facciamo sempre meno”.

Nella sua carriera clinica, si sente minacciata dall’intelligenza artificiale?

No, lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psicanalista non si potrà mai sentire minacciato da una macchina. Perché esiste una relazione con il paziente, c’è un corpo che parla, c’è la voce, un contatto: cose che l’intelligenza artificiale non potrà mai comprendere. Le macchine potranno imparare a riconoscere le emozioni, ma non a interagire emotivamente con una persona che soffre”.

Da che cosa, invece, si sente minacciata?

“Dal populismo. Mi fa paura tornare indietro sui diritti civili. Diritti delle donne, delle minoranze, che abbiamo conquistato con fatica e rischiano ogni giorno di essere calpestati. Non diamoli mai per scontati”.

In un’epoca in cui si consuma un femminicidio al giorno, cosa ci dice il suo lavoro sulle emozioni e sul corpo?

Parla del cervello della vittima o del carnefice? Se pensa al carnefice: non sono persone sane. Ma personalmente mi interessano le vittime. Dobbiamo insegnare loro a difendersi. Le faccio un esempio: io vivo a Roma, all’Eur, al secondo piano. Ho dovuto mettere le inferiate, perché i ladri arrivano. Lo stesso vale per la violenza sulle donne. Dobbiamo educare i maschi affettivamente, intervenire sul maschile, certo. Ma prima bisogna proteggere le donne fragili. Psicologicamente, fisicamente, in tutti i modi possibili.

Le dico di più. Dobbiamo smetterla di parlare del carnefice. Ogni volta che avviene un femminicidio si analizza lui, la sua famiglia, la sua storia. E la vittima? Scompare. È una follia. Dobbiamo insegnare alle ragazze a difendersi, a riconoscere i segni prima — quei piccoli segni che ci sono anche se spesso non li vediamo. E soprattutto dobbiamo smettere di colpevolizzarle. La vittima non è mai colpevole. Nessuna vittima dovrebbe mai sentirsi responsabile”.

Qual è oggi la sua visione della scienza?

Scienza per me significa riuscire a fare buone domande. È questo il cuore del metodo sperimentale: porsi la domanda giusta. Se lei va su PubMed, la banca dati degli articoli scientifici biomedici, trova migliaia di lavori. Ma sono pochi quelli che si interrogano davvero su qualcosa di importante. Io oggi punto su questo: meno produzione, ma più qualità”.

Che cosa insegna la sua storia alle giovani generazioni?

“Che affinché qualcuno apra una porta, è meglio bussare a dieci porte piuttosto che a due. Sono una grande sostenitrice del piano a, b, c, d e anche f, g”.

Fonte: wired.it