Epatiti virali: il sommerso frena gli obiettivi di eliminazione al 2030, servono più screening e diagnosi precoce
Il “sommerso” delle epatiti virali croniche non diagnosticate è uno dei principali ostacoli per l’eliminazione delle infezioni entro il 2030. Obiettivo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è infatti ridurre entro quattro anni del 90% le nuove infezioni e del 65% la mortalità correlata, attraverso un accesso equo e universale alla prevenzione, allo screening e alle terapie efficaci. A ricordarlo è l’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli Ets) in occasione della Giornata mondiale dell’epatite il 28 luglio.
“L’impatto delle epatiti virali croniche è probabilmente ancora sottostimato, perché una quota rilevante delle persone infette rimane non diagnosticata nonostante la disponibilità di strumenti efficaci per individuare l’infezione” sottolinea Valentina Svicher, professore ordinario di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata componente Gruppo di Lavoro Amcli.
“Molti pazienti convivono per anni con il virus senza sintomi evidenti e arrivano alla diagnosi quando sono già presenti complicanze epatiche avanzate. Far emergere questo sommerso attraverso programmi di screening e garantire il collegamento tra diagnosi e presa in carico rappresentano passaggi fondamentali per raggiungere gli obiettivi di eliminazione delle epatiti virali come minaccia per la salute pubblica”.
Quasi 300 milioni di persone convivono con un’epatite cronica
Oggi sono noti cinque virus epatotropi – virus dell’epatite A (Hav), B (Hbv), C (Hcv), D (Hdv) ed E (Hev) – responsabili di infezioni del fegato associate a un rilevante carico di morbilità e mortalità a livello globale.
Secondo i dati dell’Oms, nel mondo circa 287 milioni di persone convivono con un’epatite virale cronica: 240 milioni con il virus dell’epatite B (Hbv) e 47 milioni con quello dell’epatite C (Hcv). Circa la metà del carico globale delle infezioni croniche da HBV e HCV interessa persone di età compresa tra i 30 e i 54 anni, mentre il 12% dei casi riguarda bambini e adolescenti. A questi si aggiungono circa 12 milioni di persone con co-coinfezione da virus dell’epatite D (Hdv) – responsabile della forma più aggressiva di epatite virale cronica – pari a circa il 5% dei pazienti con infezione cronica da Hbv.
L’impatto delle epatiti
L’epatite A (Hav) e l’epatite E (Hev) provocano prevalentemente infezioni acute. L’Hav si verifica sia nei Paesi con scarse condizioni igienico-sanitarie sia attraverso focolai epidemici nei Paesi ad alto reddito e sebbene non evolva verso forme croniche, nel 2023 ha causato circa 35.600 decessi nel mondo. Hev, invece, è considerato una zoonosi emergente nei Paesi industrializzati, spesso associata al consumo di carne suina o di selvaggina cruda o poco cotta, e può determinare forme severe nelle donne in gravidanza e nei soggetti immunodepressi, nei quali può anche cronicizzare.
Hbv, Hcv e Hdv sono invece responsabili delle forme croniche che possono evolvere verso cirrosi, insufficienza epatica ed epatocarcinoma e ogni anno provocano 1,3 milioni di decessi, oltre 3.500 al giorno, collocandosi tra le principali cause di mortalità per malattie infettive, con un impatto paragonabile a quello della tubercolosi.
Coperture vaccinali critiche
La vaccinazione contro l’epatite B resta uno dei principali strumenti di prevenzione. Oltre a proteggere dall’Hbv, impedisce indirettamente anche l’infezione da Hdv, che necessita della presenza del virus B per replicarsi.
Persistono tuttavia criticità nella copertura vaccinale globale. Secondo l’Oms, solo il 45% dei neonati riceve la dose di vaccino anti-Hbv entro le prime 24 ore di vita, fondamentale per prevenire la trasmissione madre-figlio e la successiva cronicizzazione dell’infezione, mentre nella Regione africana la copertura scende sotto il 20 per cento. Disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, limitata disponibilità di risorse e insufficiente integrazione tra programmi materno-infantili e vaccinali rappresentano ancora ostacoli significativi al controllo dell’infezione.
La rivoluzione degli antivirali
Sul fronte terapeutico, gli ultimi anni hanno segnato un cambiamento radicale, soprattutto per l’epatite C.
“L’introduzione degli antivirali ad azione diretta (Daa) per Hcv ha consentito di raggiungere tassi di guarigione superiori al 95% e di eradicare completamente il virus dall’organismo, con una significativa riduzione del rischio di cirrosi, epatocarcinoma e trasmissione dell’infezione”, ha evidenziato Carlo Federico Perno, direttore della Uoc di Microbiologia dell’Irccs Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e componente del gruppo di lavoro Amcli.
“Importanti progressi sono stati compiuti anche per Hbv e Hdv. I farmaci oggi disponibili consentono di sopprimere efficacemente la replicazione virale e di ridurre il rischio di progressione verso cirrosi ed epatocarcinoma. Lo sviluppo di nuove terapie, incluse le strategie finalizzate al raggiungimento della cura funzionale dell’Hbv e a un controllo sempre più efficace dell’Hdv, apre ulteriori prospettive per migliorare la prognosi e la qualità di vita dei pazienti”.
Nonostante questi risultati, l’accesso alle cure rimane insufficiente in molte aree del mondo: nel 2024 meno del 5% delle persone con HBV ha ricevuto una terapia antivirale e circa il 20% delle persone con HCV aveva avuto accesso a un trattamento curativo.
Puntare su screening e diagnosi
Amcli infine ricorda che nonostante le raccomandazioni delle principali società scientifiche internazionali prevedano il test per Hdv in tutti i soggetti con infezione da Hbv, la ricerca dell’anticorpo anti-Hdv e dei successivi marker virologici viene ancora effettuata in modo non uniforme e frequentemente insufficiente.
“Oggi disponiamo di strumenti diagnostici e terapeutici che permettono di intervenire efficacemente su molte forme di epatite virale” ha concluso Pierangelo Clerici, Presidente di Amcli. “La sfida è fare in modo che questi strumenti raggiungano le persone che ne hanno bisogno. In questo percorso la microbiologia clinica svolge un ruolo centrale: la diagnosi rappresenta il punto di partenza per far emergere le infezioni non riconosciute e indirizzare tempestivamente il paziente verso la presa in carico e il trattamento. Screening, diagnosi e accesso alle cure devono essere parti di un percorso integrato”.
Fonte: aboutpharma.com