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Carcinoma epatico avanzato, in seconda linea nuove prospettive con regorafenib

Lo scenario di trattamento dei pazienti con epatocarcinoma avanzato sta cambiando in modo radicale, anche grazie all’approvazione da parte dell’Agenzia italiana del farmaco di un nuovo agente mirato per la terapia di seconda linea, dopo il trattamento iniziale standard con sorafenib.

In questa intervista, il professor Bruno Daniele, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale del Mare di Napoli, delinea come stanno cambiando, alla luce delle ultime novità, l’approccio terapeutico e, di conseguenza, le prospettive di cura di questi pazienti.

1) Il tumore del fegato è definito un tumore “silenzioso”. Perché e quali sono i principali fattori di rischio di questa neoplasia?

Generalmente l’epatocarcinoma insorge in un fegato malato (cirrosi epatica o epatite cronica) e i fattori di rischio sono gli stessi della malattia epatica (infezioni da virus dell’epatite B e C, abuso di alcol, steatosi o steatoepatite). L’epatocarcinoma non causa sintomi diversi da quelli della malattia di base e, pertanto, l’unica possibilità di diagnosi precoce è legata all’esecuzione di esami di sorveglianza periodica (specificamente un’ecografia epatica semestrale) in pazienti la cui malattia epatica è nota. In rari casi, la malattia insorge in un fegato sano; più spesso, i pazienti non sono a conoscenza di essere a rischio di epatocarcinoma (infezioni occulte o misconosciute da virus dell’epatite B o C, steatosi o steatoepatite) e quindi non sono sottoposti a sorveglianza periodica, per cui la diagnosi di epatocarcinoma avviene in uno stadio molto avanzato.

2) Per 10 anni, l’unica terapia sistemica per i pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato è stata costituita da sorafenib. In seconda linea però non vi erano standard di cura. Lo scorso settembre, la rimborsabilità di regorafenib da parte di AIFA ha cambiato lo scenario. Può spiegarci concretamente quali sono le nuove prospettive di cura dei pazienti in seguito alla decisione dell’AIFA?

La disponibilità di una terapia di seconda linea rappresenta un risultato importante sia per i pazienti con epatocarcinoma sia per i clinici che si occupano di questa patologia.  Numerosi anni di fallimenti nella ricerca di opportunità terapeutiche dopo sorafenib avevano instillato il dubbio che una seconda linea di terapia non fosse possibile. I risultati ottenuti con il regorafenib hanno sgombrato il campo da questa incertezza e, insieme con i risultati di studi con altri farmaci in seconda e terza linea, hanno aperto una prospettiva incoraggiante per i pazienti con epatocarcinoma avanzato.

3) Quali sono i dati più importanti dello studio RESORCE che hanno condotto all’approvazione di regorafenib nel carcinoma epatocellulare?

Nello studio RESORCE, regorafenib ha dimostrato di migliorare in modo statisticamente significativo e clinicamente rilevante la sopravvivenza dei pazienti con epatocarcinoma in progressione dopo il trattamento con sorafenib, con un guadagno di circa 3 mesi rispetto al placebo. Nel complesso, i pazienti trattati con la sequenza sorafenib-regorafenib hanno mostrato una sopravvivenza globale di 26 mesi, che rappresenta un obiettivo molto rilevante per pazienti per i quali fino a dieci anni fa non esisteva un trattamento efficace. Questo risultato, inoltre, è stato ottenuto senza che siano state osservate tossicità gravi, in particolare senza peggioramenti rilevanti della funzione epatica. È importante, però, sottolineare che questi risultati sono stati ottenuti in pazienti che avevano potuto essere trattati in precedenza con sorafenib e lo avevano tollerato. Per questo motivo, la rimborsabilità da parte dell’AIFA è esclusa per i pazienti intolleranti a sorafenib. 

4) Oggi nell’epatocarcinoma, per la prima volta, è possibile parlare in termini di progettualità terapeutica, cioè di sequenza terapeutica? 

Dal punto di vista della progettualità terapeutica, il paziente con epatocarcinoma non dovrebbe essere gestito diversamente dai pazienti con altri tipi di tumore per i quali fin dall’inizio si programmano i diversi trattamenti. La definizione della sequenza terapeutica è particolarmente importante per i pazienti con epatocarcinoma, perché sono molti gli specialisti coinvolti (trapiantologi, chirurghi epatici, radiologi interventisti, radioterapisti, epatologi, oncologi) e molto diversi i trattamenti possibili nelle varie fasi della storia naturale della neoplasia. Ancor più che in altri tipi di tumore, è indispensabile che il trattamento appropriato sia somministrato al momento giusto, perché perseverare con un trattamento non più efficace è doppiamente dannoso per il paziente con epatocarcinoma, sia perché lo si priva di un’alternativa terapeutica oggi disponibile sia perché lo si espone a un peggioramento della funzione epatica che potrebbe rendere non più praticabile un trattamento alternativo efficace. Per questi motivi, è fondamentale che il paziente con epatocarcinoma sia preso in carico fin dal primo momento da un gruppo multidisciplinare che lo segua per tutto il percorso terapeutico.

5) Questi pazienti, nella maggior parte dei casi, sono affetti da una patologia epatica di base che condiziona la funzione epatica. Come si struttura la collaborazione multidisciplinare fra oncologi ed epatologi?

Oncologi ed epatologi sono figure complementari nella gestione del paziente con epatocarcinoma. I primi per la competenza nella gestione dei pazienti neoplastici e per l’esperienza, acquisita nel trattamento di altre neoplasie, di terapie con farmaci che hanno peculiari profili di tossicità; gli epatologi per la specifica competenza nella gestione del paziente epatopatico al fine di prevenire un peggioramento della funzione epatica o di trattarlo, laddove si presentasse. Tutto questo e molto altro, come detto in precedenza, può avvenire proficuamente nell’ambito di un gruppo multidisciplinare dedicato ai pazienti con epatocarcinoma.

Fonte: pharmastar.it

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